Critiche artistiche

Gli Irrazionali. Una rivoluzione contro una ragione imposta.

Nel punto numero cinque del Manifesto tecnico del gruppo degli Irrazionali, si legge testualmente “Ci opponiamo alle mode e alle tendenze del mercato dell’arte, immunizzandoci alle influenze esterne che ne corrompono la purezza”.

Basterebbe questo per capire il distacco prorompente che il gruppo di artisti decideva di imporre al proprio regime creativo, un tragitto libero e privo di imposizioni, liberato da vincoli di stile, ma soprattutto coeso nelle idee e basato su un viaggio di emozioni istintive, dettate da sensazioni lucide e provenienti dal profondo animo di ognuno dei componenti del gruppo stesso.

Un messaggio odierno, coevo, incredibilmente contemporaneo.

Sin dal primo momento in cui mi sono avvicinato allo studio degli Irrazionali, grazie ai materiali e alla maniacale conservazione di notizie da parte di Manuel Bottai, figlio dell’artista Paolo Bottai, mi sono reso conto di avere di fronte un gruppo di formidabili sperimentatori.

Certo, “…senza aver inventato niente di nuovo in quanto basta aprire un trattato di pittura qualsiasi per ritrovare analogie programmatiche similari…”, come testimoniato dal Bottai stesso, ma con la consapevolezza di aver accesso all’archivio di un gruppo di ricercatori veri per stile e idee, che non ha voluto mai ingannare il pubblico, cercando di essere attendibile come gruppo stesso sia nelle parole che nei fatti.

Gli Irrazionali sono stati attenti osservatori della società e impavidi ideatori d’arte in un’area geografica dove la stabilità dell’attinenza aveva basato i pilastri di un vero e proprio credo tecnico e teorico che è durato – e ahimè, continua a durare ancora spesso oscurando gli infiniti gangli del contemporaneo – moltissimi anni.

Guidati e spinti dalla frenesia innovatrice di Bottai, vero e proprio teorico del gruppo – grazie anche alle sue esperienze pittoriche veneziane che stava portando avanti parallelamente – e svestiti dal consueto approccio macchiaiolo, gli Irrazionali tennero molte conferenze sia in Toscana che fuori regione, ottenendo inizialmente diffidenza, infine applausi e apprezzamenti.

Questo gruppo di artisti, oltre a Bottai, era formato dal pittore e scultore Gino Donati, dal pittore Ellenio Mischi, dal pittore e sculture Franco Paoli, dal pittore e performer Enrico Mori, dal pittore e ceramista Mauro Gani, e dal pittore, professore e critico Guido Guideri.

Un gruppo unico per idee, concezioni e sperimentazioni artistiche; un gruppo che mirava a denudare la visione del vero dai suoi abiti tradizionali, donando al vero stesso tutto quello che una primordiale irrazionalità ben sussurrata dall’animo di ognuno dei membri dello stesso insieme, voleva mettergli addosso. Lo scontro con la tradizione e con l’allora diffidente contemporaneità fu acceso, ma essi portavano avanti sin dall’inizio argomentazioni e dibattiti sempre lucidi, con tenacia e determinazione e tali da smontare – e stimolare – ogni genere di critica, arenata a idee ormai già passate.

“Ogni settimana ci trovavamo sul lungomare di Caletta, a ridosso della pineta, dove potevamo godere di un panorama perfetto tra barche, porticciolo e mare, e dove poter sperimentare e affinare le nostre creatività”, testimonia l’ultimo degli Irrazionali, Mauro Gani.

Un nuovo approccio al metodo, il loro; un sistema di studio visivo che che cambiava il soggetto nella sua rappresentazione ultima, svincolandolo da regole imposte o ordinazioni pittorico-sociali.

Il vero fu scarnificato letteralmente nelle mani di questo gruppo, portandolo quasi a un fresco essenzialismo che li allontanava di fatto dal meccanismo realizzativo dei bozzetti labronici.

Nella mente degli Irrazionali – nascono idee nuove, trasposte poi in pittura e sperimentazioni che scardinavano parte della cultura tradizionale che ha sempre visto qualsiasi attività legata al non cosciente una vera e propria alienazione, eliminando di fatto tutto ciò che vi è distante.

Le opere degli Irrazionali invitano l’osservatore ad abbassare il livello di vigilanza nei confronti della ‘ragione’ che continuamente richiama all’ordine e al programmato, portando questa a scoprire tratti istintivi – magari nascosti volutamente dagli artisti – e cromatismi ben delineati di figure e paesaggi che si svestono così del consueto, innescando de facto un meccanismo di revisione interpretativa su scala ben più ampia.

Come scrissi per un catalogo dedicato a Bottai stesso, “questo risulta in sintesi un concetto di spoliazione di rigidità, rendendo le opere, al contrario di quello che si può istintivamente pensare, più vere possibili; mi vengono in mente molti lavori degli anni Trenta del secolo scorso relativi agli artisti della Scuola di New York, ove, caduta la razionalità coi suoi miti in un dopoguerra di risveglio, venne a prevalere a livello artistico il lato imprevedibile della natura umana, non più incatenata ma libera di spaziare anche nei lati più oscuri del proprio subconscio. Basti pensare alla rivoluzionaria cultura Dada, che ha messo in dubbio l’estetica artistica e le ideologie politiche di un passato rigido, rifiutando ragione e logica, e mettendo invece in rilievo stravaganza e libertà espressiva, l’uno, in tutta la sua potenziale fantasia assoluta”.

Gli irrazionali così ragionavano sempre meno, e dipingevano sempre di più, eliminando lo scontato e in fiero contrasto con la parte più razionale della pittura; con contrasti interiori, vibrazioni, istinti e visioni, per un decennio intero si distaccarono dalla macchia e da tutto quello che ne era conseguente.

Ma soprattutto, ricollegandomi all’incipit di questo scritto, non seguivano imposizioni pregresse o mode imposte, contemplando e divulgando artisticamente un senso di libertà senza confine.

Ed è qui, nelle parole di presentazione di una mostra del 1972, che si sintetizza tutto il pensiero irrazionale che per un decennio ha spinosamente rivoluzionato la pittura labronica della costa:

“Oggi è invaso l’uso di acquistare il quadro come si usa per le cravatte e le scarpe, oppure per eccesso opposto, si compra la firma, il nome affermato, fidando unicamente negli indirizzi di mercanti, con pochi scrupoli o di presunti intenditori. Naturalmente chi viene ingannato è sempre lui, il pubblico. Noi che crediamo di essere sinceri con noi stessi, invitiamo il pubblico a visitarci ed a osservare i nostri lavori, per quello che sono e che dicono esteticamente, non per quello che devono essere. Non abbiamo pretese intellettuali, il contenuto e la forma cerchiamo di capirlo in quei rari momenti di sincera spontaneità e non sempre ci riusciamo. Se ci siamo denominati Irrazionali lo abbiamo fatto contro il raziocinio precedentemente indicato, tuttavia sappiamo con soddisfazione di non essere gli unici in questa ricerca”.


Alessandro Schiavetti
Critico e curatore d’arte
Presidente ACS Art Center

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