Paolo Bottai.
Una persona gradevolmente disposta verso il prossimo e sempre pronta a discutere, con garbo, dell’arte in generale e della propria pittura in particolare. Anche se non gradisce la luce dei riflettori.
Uomo gentile e affabile, ma artista deciso e poco incline ai compromessi.
Un vero trascinatore. Un puro.
Disegnatore elegante, sognante, sa travolgerci con le sue forme ultraterrene che guizzano in un mare di sensazioni che si perdono nella notte dei tempi. Studioso schivo ma attento, Bottai schizza rapido nell’universo dei sogni, si ferma, sosta per un momento e ridiscende sulla terra arricchito da emozioni e da colori che lottano senza paura, alla ricerca di uno spazio difficile da conquistare.
L’artista toscano freme.
Combatte. Ansima. Vuole rappresentare la natura che va controcorrente. Egli si sgancia dalla banale retorica del gusto paesaggistico fine a se stesso, preferendo ricavare nuove suggestioni e nuovi stimoli che scaturiscono da un immaginario personale, moderno e sagace, di stampo onirico. E così, riesce a ottenere un risultato di forte impatto in cui vive un mondo fantastico che affonda, forse, le radici nelle tradizioni pittoriche rinascimentali centro-europee, laddove si cerca di scavare nell’intimo, tra i segreti più indicibili dell’animo umano.
In tal senso, Bottai punta su ispirazioni del tutto autonome, e quasi anarchiche, non disdegnando il gusto per una satira che sappia attaccare, che sappia aggredire, allo scopo di modellare un pensiero in grado di indicare la via della perfezione, sia stilistica che etica. La sua pittura, a mio avviso, pare seguire la strada delle miniature e delle satire quattrocentesche, il tutto rielaborato con gusto personale e con grande attenzione al dettaglio.
Le sue allegorie visionarie e talvolta allucinate mostrano dei particolari definiti con sempre maggiore minuzia, insieme alla sapiente realizzazione di sontuose composizioni fatte di soggetti e di animali che colpiscono e attraggono. Secondo me, il Nostro amplia la propria ricerca fino a sfiorare anche importanti correnti culturali quali il Simbolismo e l’Espressionismo.
Così facendo, egli incanala indagini acute e raffinate verso gli studi compiuti da Freud, vòlti a far luce sui sistemi inconsci della mente che, nel caso di Bottai, compongono un tessuto variopinto di interpreti che recitano monologhi paragonabili quasi a quelli proposti dal Teatro dell’assurdo.
Paolo Bottai illustra, infatti, una visione esistenzialista che lambisce il dramma dell’uomo, le cui caratteristiche peculiari sono il deliberato abbandono di un costrutto drammaturgico razionale e il rifiuto di un linguaggio logico e lineare. La struttura figurativa tradizionale viene strappata e rigettata, per essere sostituita da segni grafici e da impronte di colore apparentemente prive di logica che costituiscono, in realtà, un complesso di elementi ben legati fra loro da un canovaccio non effimero che allestisce un microcosmo denso di profondissime tracce emozionali. Ammirando le opere di Bottai, pare quasi di udire dei dialoghi volutamente ripetitivi e serrati, capaci di suscitare il sorriso nonostante il senso tragico del dramma che stanno vivendo i personaggi medesimi.
Paolo Bottai fa scorrere la vita su un palcoscenico, fa danzare la Natura, fa fluttuare una immaginazione matura e convincente che ci impressiona per originalità e passione.